Simone Giofrè riparte da Cantù. Il manager varesino, dopo un anno di sola apparente inattività, torna alla guida del club da dove, più di venticinque anni fa, era iniziato il suo percorso dirigenziale. Lo fa nuovamente al fianco di coach Frank Vitucci e con la disponibilità di una nuova arena, in uno dei club più lungimiranti anche sulla crescita dei propri giovani.
Di questo e molto altro ne abbiamo parlato nel primo episodio di #Makers, la nuova rubrica che vede protagonisti gli addetti ai lavori della palla a spicchi.
Innanzitutto bentornato: su quali aspetti hai concentrato la tua attenzione nella passata stagione, non lavorando per un club?
“Oltre alle solite attività di scouting ed aggiornamento legate alla parte prettamente sportiva, mi sono interessato prevalentemente di strutture sportive, argomento che mi appassiona molto e per il quale, nel nostro paese, ci sarebbe bisogno di maggiori competenze”.
Cantù, si riparte da dove era cominciato il tuo viaggio nel mondo del basket ormai più di 25 anni fa: sensazioni, stimoli, responsabilità ed emozioni di un nuovo capitolo di questo percorso?
“Una scelta romantica per una sfida davvero stimolante. L’opportunità di poter contribuire a migliorare una società storica come Pallacanestro Cantu’ è qualcosa che non capita tutti i giorni. Sarà un lungo percorso ma certamente ci sono delle basi solide dalle quali partire ed idee non comuni nella nostra pallacanestro”.
Cantù, ma anche Venezia, Virtus Bologna, Tortona: ci sono uno o più aspetti che sfuggono al pubblico, ma che ritieni di basilare importanza nel poter disporre di una struttura di proprietà?
“Il discorso è molto ampio ma, per sintetizzare, un’arena costruita con i criteri moderni, se gestita nel modo corretto, è un asset che non solo puo’ produrre ricavi ma generare anche grande appartenenza con la comunità”.
Di nuovo in coppia con Frank Vitucci, dopo Brindisi, Varese e Treviso, ma in un’intervista hai dichiarato “nessun favoritismo”. Quali qualità ne hanno fatto la prima scelta per Cantù e cosa hai apprezzato ulteriormente della sua trionfale cavalcata di Scafati?
“Vitucci è un allenatore di altissimo livello, con una lunghissima esperienza. Ha capacità tecniche e di gestione del gruppo, oltre ad essere una persona di spessore culturale notevole. A Scafati, entrando in corsa, ha dimostrato tutto il suo valore vincendo il campionato addirittura senza passare dai playoff”.
Cantù attraverso la collaborazione con la Robur Saronno è una delle molteplici squadre di Serie A che ha optato per una “squadra di sviluppo” in un campionato senior: è un po’ l’unica via per tenere sotto controllo i giovani e farli crescere, lavorando con strutture, concetti e staff della 1^ squadra?
“Sicuramente un campionato senior è uno strumento ulteriore che possiamo fornire ai nostri giovani nel loro percorso di sviluppo. Purtroppo non ci sono vie per “tenere sotto controllo” i giovani oggi. Le società non hanno poteri in tal senso e questo è sicuramente un tema che dovrà essere affrontato da tutte le parti coinvolte”.
Nel tuo lavoro a 360° gradi sei anche CEO di un Basketball Camp presso Georgetown University e UCLA: quanto possono essere significative queste esperienze anche sotto l’aspetto umano per la crescita per i ragazzi e le ragazze che vi partecipano?
“College Basketball Camp (CBC) è nato nel lontano 2001. Da quel giorno proponiamo questa meravigliosa esperienza e ancora oggi siamo partner di UCLA, il programma di basket universitario piu’ vincente nella storia degli USA. Ogni anno partecipano decine di ragazzi italiani che hanno la possibilità di immergersi nella vita collegiale americana a 360°. E’ un’esperienza di vita incredibile: ancora oggi alcuni ragazzi che hanno partecipato tempo fa mi scrivono dicendomi che quelle due settimane con noi gli hanno cambiato la vita. E’ motivo di grande soddisfazione per noi”.
La tua esperienza professionale parte come “uomo – comunicazione” e si amplia fino a diventare General Manager: nel 2026 e l’epoca di Social e Intelligenza Artificiale pensi si stia assistendo ad un recupero dell’elemento narrativo? Se si, quanto può impattare positivamente la comunicazione sulla buona riuscita di una stagione?
“La narrazione è qualcosa dalla quale non si puo’ prescindere per generare curiosità. Oggi, in un momento storico di contenuti spesso semplici e senza grande struttura, penso possa fare ancora la differenza, soprattutto in alcuni canali di comunicazione, la narrazione di qualità. Lo dico sempre ai giovani che si affacciano a questo lavoro che devono investire nella loro cultura e nella loro curiosità, elementi che non devono essere assolutamente dispersi”.
Sei stato e continui ad essere docente e relatore anche in tanti corsi di formazione in ambito di Sport e Basket Management: non pensi ci sia un bisogno maggiore e costante di confrontarsi ed aggiornarsi – ognuno nel ciascun ambito di competenza – e quale pensi possa essere la prima strada da percorrere per un giovane appassionato che voglia intraprendere questo percorso?
“Sembra retorica, ma penso che la chiave per lavorare nel mondo dello sport, in qualsiasi posizione, debba essere la passione, la disponibilità e la curiosità. Si fa piu’ fatica oggi a trovare queste qualità e per questo quesito non ho una risposta semplice, ma posso garantire che chi non ha queste qualità, nello sport difficilmente potrà fare molta strada”.
A proposito, in una di queste lezioni, mostrando una foto di Tony Gaffney, hai parlato dell’esigenza di trasmettere ai tifosi “qualcosa di epico”: è un concetto ancora valido e quanto può rivelarsi importante riconoscersi in atleti rappresentativi, al di là di una vittoria in più o in meno?
“Assolutamente ancora contemporaneo. Un messaggio epico è un messaggio, positivo, fortissimo. Difficile al giorno d’oggi essere sempre piu’ originali nei messaggi, ma abbiamo la necessità di avere un impatto forte e positivo sulla nostra fan base”.
Un’ultima domanda sulla lunga ed esaltante esperienza a Brindisi ed un focus sulla Puglia (appena uscita dai Giochi del Mediterraneo) e il Sud in generale: cosa serve perché torni un basket di alto livello, a dispetto delle differenze strutturali ed un tessuto imprenditoriale diverso dal Nord?
“La mia esperienza a Brindisi è stata magica ed il Sud, in generale, ha delle caratteristiche proprie che permettono di fare sport anche ad alto livello nonostante le difficoltà oggettive esistenti. Oggi piu’ che mai, in un momento nel nostro sport in cui l’aspetto economico sta marcando sempre piu’ le grandi differenze di investimenti, abbiamo bisogno della presenza di squadre del Sud anche nella massima serie perché questo mix di cultura ed abitudine è qualcosa che stimola il miglioramento. Certo, e questo è generalizzato, avremmo bisogno di grandi investitori con un’idea di sviluppo grazie ad un progetto territoriale che abbia come mezzo lo sport”.
Donatello Viggiano







